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Conflitto Israele-Palestina, i ringraziamenti di Netanyahu mettono in imbarazzo l’Italia sui diritti umani

Conflitto Israele-Palestina, i ringraziamenti di Netanyahu mettono in imbarazzo l’Italia sui diritti umani

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Le origini e le cause del conflitto arabo-israeliano sono state, e continuano ad essere, oggetto di un ampio dibattito: per alcuni si tratta di una guerra di religione tra arabi ed ebrei per il controllo di Gerusalemme, per altri è frutto del colonialismo occidentale.

Il sionismo moderno, di cui Thedor Herzl ne è il fondatore, è frutto della condizione da sempre subalterna del popolo ebraico: il massacro degli ebrei in Polonia e i progrom in Russia, alimentarono l’aspirazione degli ebrei di avere un proprio Stato nella terra biblica di Israele.

È proprio questo il nodo cruciale della questione: un popolo senza terra che pretende di insediarsi nella terra ove è già presente un altro popolo.

Leo Pinsker, medico ebreo, in un opuscolo sull’autoemancipazione degli ebrei come mezzo per guadagnare la dignità perduta, era disposto a trovare un luogo diverso dalla Palestina come possibile patria per gli ebrei, ma il suo pensiero divergeva da quello dei sionisti che fecero partire la prima “aliyah” (ondata migratoria) verso la Palestina alla fine dell’800, fondando i primi insediamenti ebraici.

Tutto il resto, purtroppo, rappresenta una serie di eventi influenzati da interessi geopolitici occidentali durante le due guerre mondiali. Nella prima, con l’intento di occupare l’impero ottomano, la Gran Bretagna (che aveva il mandato sulla Palestina) promise la stessa terra ai due popoli. Nella seconda invece, a seguito della “notte dei cristalli”, che provocò l’esodo di migliaia di ebrei, i palestinesi videro nell’alleanza con la Germania un’opportunità per liberarsi dei sionisti da un lato e dei britannici dall’altro.

La guerra però si concluse con la proclamazione dello Stato di Israele del 1948, frutto dell’accordo tra Usa e URSS.

Da un lato l’accordo fu accolto positivamente dagli ebrei, dall’altro scatenò le reazioni di Egitto, Siria, Transgiordania, Iraq e Libano che, riunite nella Lega araba, scesero in campo al fianco degli arabi palestinesi, attaccando il nuovo stato e dando inizio alla prima delle guerre arabo-israeliane. Guerra che vide prevalere Israele che incrementò la propria occupazione territoriale, mentre grazie all’armistizio l’Egitto occupò la striscia di Gaza e la Transgiordania ottenne la Cisgiordania.

Gli unici sconfitti furono i palestinesi, che rimasero senza uno stato. diventando letteralmente i nuovi ebrei, cioè un popolo senza terra.

Le successive guerre (crisi di Suez, guerra dei sei giorni e dello Yom Kippur) videro Israele aumentare la propria egemonia economica sull’intero territorio. La guerra del Libano (1982) invece portò al massacro dei palestinesi nei campi di Sabra e Shatila. Massacro che alimentò la rabbia dei palestinesi e originò l’Intifada del 1987, grazie alla quale la questione palestinese rientrò nell’agenda internazionale: non si faceva più riferimento a terroristi ma a uomini, donne e bambini che si ribellavano all’occupazione israeliana lanciando pietre.

Il processo di pace in medi oriente iniziò alla fine degli anni ’80 e portò agli “accordi di Oslo” del 1993, siglati sul prato della “Casa Bianca” tra l’isreaeliano Rabin e il palestinese Arafat. Gli accordi prevedevano il mutuo riconoscimento e delineavano le condizioni per un autogoverno palestinese a Gaza e Cisgiordania. Nonostante la nascita dell’autorità nazionale palestinese di cui Arafat fu il primo presidente, Israele controllava a Gaza ogni entrata e uscita e questo ha portato alla nascita di Hamas (movimento islamico di resistenza) che reputava troppo conciliante la “Fatah” (organizzazione politica palestinese) di Arafat.

Nel 1995 però Rabin venne assassinato da un estremista di destra israeliano e, l’elezione a primo ministro di Benjamin Netanyahu, pose fine ai progressi nelle relazioni tra israeliani e palestinesi.

Mentre l’autorità nazionale palestinese aveva riconosciuto Israele, Hamas intendeva combatterla e distruggerla, predicando l’uccisione degli ebrei a prescindere dalla questione palestinese. La stessa Hamas nel 2006 vinse le elezioni a Gaza e da allora controlla il territorio, mentre il “Fatah” vinse in Cisgiordania con Abu Mazen.

La nascita di “Hamas” non ha di certo aiutato le relazioni diplomatiche e la risoluzione di una guerra senza fine. Solo qualche giorno fa, in seguito all’ennesimo tentativo di espansione delle truppe israeliane, che ha costretto i palestinesi a scappare e abbandonare le loro case, Hamas ha risposto con un attacco missilistico.

La reazione di Israele non si è fatta attendere e abbiamo assistito all’ennesimo bombardamento sulla striscia di Gaza.

Anche le reazioni dei leader internazionali sono state immediate: da Biden a Letta, da Salvini a Renzi, da Merkel a Macron, tutti concordi sulla legittimità dei bombardamenti di Israele a Gaza, richiamando il diritto a difendersi. Silenzio imbarazzante invece da parte del m5s e del suo ministro degli esteri Luigi Di Maio. Lo stesso movimento che solo qualche anno fa, dai banchi dell’opposizione, presentava una mozione per il riconoscimento dello Stato della Palestina.

I leader odierni dimenticano, volutamente o meno, che il popolo palestinese aveva un proprio territorio, che gli è stato scippato con la connivenza reiterata dell’Occidente. I Palestinesi oggi rivendicano una legittimazione, seppur minima, da parte della comunità internazionale. Invece assistiamo alla criminalizzazione di un popolo cacciato dal suo territorio: un popolo senza terra che richiede una legittimazione, proprio come gli ebrei all’inizio del XX secolo.

Tra le altre vi è un rapporto di Human Rights Watch (HRW), l’organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani, in cui si afferma esplicitamente che Israele per mantenere il controllo sul territorio “ha espropriato, confinato, separato con la forza e soggiogato i palestinesi. Queste privazioni sono così gravi da equivalere ai crimini contro l’umanità dell’apartheid e della persecuzione”.

 

I ringraziamenti di Netanyahu per il sostegno dell’Italia mettono in imbarazzo un paese che dovrebbe essere pioniere nell’ambito dei diritti umani ed invece si ritrova, unanimemente, ad appoggiare i crimini contro l’umanità di Israele. Si, perché occorre ricordare che quella israeliana è una forza militare all’avanguardia che, grazie alla tecnologia militare, riesce a rendere quasi completamente inoffensivi gli attacchi di Hamas.
Lo dimostrano i numeri: da un lato sono caduti 220 palestinesi (circa 50 bambini) dall’altro si contano dieci morti israeliani.

L’assenza di una voce a supporto del popolo palestinese, ci costringe a guardare indietro e a rievocare le parole di Sandro Pertini che, ancora oggi, risultano attualissime: “Il popolo ebraico, al quale va il mio rispetto e la mia solidarietà, ha avuto la sua terra, dovranno avere una terra e una patria anche i palestinesi, che ora vagano in giro per il mondo, altrimenti in Medio Oriente non ci sarà mai pace. Io sono socialista e c’erano molti ebrei nel mio partito, compagni ed amici; ebbene noi abbiamo sempre sentito rispetto e manifestato solidarietà con la causa del popolo di Israele. Ecco perché dico che, come è accaduto per gli ebrei, così i palestinesi devono veder riconosciuti i loro sacrosanti diritti”

Luigi Epifani