Al quartiere Bozzano di Brindisi, quello che doveva essere un presidio sociale per la terza età, un luogo di aggregazione libera e gratuita, sembra essersi trasformato in una struttura a gestione “esclusiva” e discrezionale.
Al centro delle polemiche finisce la gestione di un immobile comunale affidato a un’Associazione di Promozione Sociale “Officina sociale” (sino al 13 ottobre 2023 retta dalla moglie del consigliere comunale Cesare Mevoli e prima ancora dallo stesso consigliere, ancora oggi gestori di fatto della struttura) che, secondo diverse testimonianze, avrebbe tradito la missione originaria di pubblica utilità.
Da Centro Sociale a Business Ricreativo
Nato originariamente come Centro Anziani, il locale rappresentava un punto di riferimento per il quartiere. Negli ultimi tempi, però, la natura del servizio sembra essere mutata radicalmente. Da qualche tempo, numerosi cittadini segnalano come le attività siano diventate prevalentemente a pagamento, trasformando un bene della collettività in una sorta di club privato dove il profitto sembra prevalere sulla funzione sociale.
Il “Gradimento” della Direzione:l’esclusione degli anziani
Le lamentele più amare arrivano proprio dai frequentatori storici. Alcuni anziani hanno denunciato criteri di accesso alle attività (come i corsi di ginnastica motoria), tutt’altro che “trasparenti”.
”Non basta pagare la quota – riferisce una residente al nostro giornale -. Sembra che per partecipare sia necessario il “gradimento” della Direzione dell’APS. Se non sei nelle loro grazie, resti fuori”.
Un meccanismo di selezione che appare incompatibile con la gestione di uno spazio pubblico, che per definizione dovrebbe garantire equità e universalità d’accesso.
”Ombre sulla gestione”: il veto politico
L’episodio più inquietante riguarda però una compagnia teatrale locale. Il gruppo, che da tempo utilizzava la struttura per le prove, sarebbe stato improvvisamente allontanato. Il motivo? Non una violazione del regolamento, ma una presunta “ritorsione politica”.
Secondo quanto emerso, la compagnia sarebbe stata invitata a non utilizzare più i locali a causa del mancato sostegno elettorale a un candidato gradito ai vertici dell’APS durante le scorse elezioni regionali. Se confermato, si tratterebbe di un fatto gravissimo: l’uso di un bene pubblico come merce di scambio o strumento di pressione politica.
Il Nodo della Convenzione
Un bene comunale viene concesso alle associazioni affinché queste perseguano finalità di pubblica utilità. Quando la gestione diventa autoritaria, discriminatoria o legata a logiche di schieramento, viene meno il patto tra amministrazione e cittadinanza.
I cittadini ora chiedono risposte chiare:
Il Comune è a conoscenza del tariffario applicato per le attività?
Esistono verbali o criteri scritti che giustifichino l’esclusione di alcuni utenti?
Quali controlli vengono effettuati per garantire che lo spazio resti laico, apartitico e inclusivo?
La gestione della “cosa pubblica” non può essere un affare privato. Il rischio è che, nel silenzio delle istituzioni, un pezzo di welfare cittadino si trasformi definitivamente in un “fortino” per pochi eletti.



