Dietro i proclami sulla legge D’Attis-Battilocchio e le 60 manifestazioni d’interesse si cela un vuoto di bilancio che rischia di bloccare la riconversione economica del territorio.
La narrazione istituzionale che circonda la legge D’Attis-Battilocchio e l’istituzione del Tavolo di emergenza per la decarbonizzazione dipinge un futuro radioso per Brindisi. Tuttavia, grattando la superficie dei proclami entusiastici e dei tagli di nastro, emerge una realtà contabile ben più rigida: ad oggi, nell’Accordo di Programma, non è stanziato nemmeno un euro di finanza pubblica a monte.
L’ottimismo espresso dall’onorevole Mauro D’Attis in merito ai processi di riconversione industriale di Brindisi merita un’analisi approfondita e, inevitabilmente, una severa smentita nei fatti. La legge D’Attis-Battilocchio, che ha introdotto la struttura commissariale e il relativo Tavolo di emergenza della decarbonizzazione per i poli energetici di Brindisi e Civitavecchia, viene costantemente rivendicata come lo strumento definitivo per gestire i complessi passaggi occupazionali e produttivi dell’era post-carbone.
A sostegno di questa tesi si cita spesso il successo della manifestazione d’interesse lanciata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), capace di catalizzare circa 60 proposte progettuali nel solo perimetro messapico. Un dato numerico indubbiamente d’impatto, che tuttavia sconta un drammatico peccato originale: l’assenza totale di copertura finanziaria.
Il nodo cruciale che l’opinione pubblica e le parti sociali non possono ignorare riguarda la natura e l’entità delle risorse concrete di cui disporrà l’Accordo di Programma tra istituzioni e privati. Ad oggi, la realtà documentale descrive uno scenario paradossale: per le manifestazioni d’interesse presentate non vi è alcuna provvista finanziaria stanziata a monte dallo Stato.
Ci si trova, in sostanza, di fronte a una imponente architettura burocratica e programmatoria priva delle necessarie gambe economiche per camminare.
Le indiscrezioni e le prime verifiche sullo stato di avanzamento delle pratiche affidate a Invitalia confermano il corto circuito: soltanto 4 o 5 iniziative imprenditoriali risulterebbero attualmente pronte a partire.
Il motivo di questa esigua minoranza? Sono esclusivamente quei progetti che non richiedono alcuna forma di contributo a fondo perduto o cofinanziamento statale.
Questo dettaglio solleva una domanda tanto ovvia quanto urgente: quale destino attende le restanti 55 manifestazioni d’interesse?
Con quali risorse i proponenti dovrebbero tradurre le proprie idee industriali in cantieri aperti, assunzioni e sviluppo alternativo alla chimica di base e al carbone? Senza una dotazione finanziaria certa e dedicata, la stragrande maggioranza delle proposte rischia di rimanere confinata nel limbo delle buone intenzioni o nei faldoni ministeriali, trasformando la promessa di una “giusta transizione” in un pericoloso miraggio per i lavoratori del territorio.
Sarebbe pertanto opportuno e doveroso che l’onorevole D’Attis, anziché moltiplicare le presenze pubbliche in occasione di pose di prime pietre o inaugurazioni di facciata, si soffermasse a spiegare ai cittadini e alle imprese il perché di questa scelta strategica. Perché non è stata prevista e blindata alcuna provvista finanziaria specifica a monte dell’Accordo di Programma?
La gestione di una transizione industriale complessa come quella di Brindisi non può reggersi unicamente sulla flessibilità degli strumenti normativi o sulla capacità attrattiva “sulla carta” del territorio.
Richiede risorse certe, immediate e proporzionate alla magnitudo della crisis occupazionale in atto. Fino a quando non verrà data risposta al quesito economico di fondo, l’entusiasmo della politica rischia di apparire non solo prematuro, ma scollegato dalle reali e stringenti necessità del tessuto produttivo brindisino.




