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L’Ora della Psicologa – Giovani e kamikaze: la disillusione il carburante della devianza giovanile
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L’Ora della Psicologa – Giovani e kamikaze: la disillusione il carburante della devianza giovanile

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BRINDISI – I recenti fatti di cronaca avvenuti nella nostra città, relativi dapprima all’episodio dei ragazzini che applaudono i loro amici all’uscita della Questura dopo un tentato furto in un supermercato e poi all’episodio ben più grave dell’omicidio di un ragazzo di 19 anni, ci spingono a fare alcune riflessioni su un fenomeno che al giorno d’oggi si sta diffondendo in maniera esponenziale, ovvero la devianza giovanile.
Proprio in Puglia, recentemente, una gang composta da 14 ragazzi, di cui 12 minorenni, ha seviziato e bullizzato un uomo con problemi psichici, il quale, per paura di incontrarli, si era segregato in casa. Oppure a Grosseto, dove una quindicenne è stata pestata da un gruppo di ragazzine ed è finita in ospedale, solo perché innamorata dello stesso ragazzo di una di loro. A Napoli, invece, ad esempio, si sta diffondendo un nuovo gioco: schiaffeggiare i passanti mentre si è in corsa su uno scooter filmandosi.
Insomma, basterebbe leggere un qualsiasi giornale nella sezione della cronaca per trovare notizie di questo genere, che purtroppo, oramai, paiono essere all’ordine del giorno. Per questo ci chiediamo: quali sono i fattori che spingono questi ragazzi così giovani a compiere questi crimini, talvolta così efferati? Cosa porta i giovani d’oggi ad essere così ribelli, spregiudicati, spavaldi e quasi senza paura?
Le principali motivazioni vanno sicuramente ricercate nel desiderio di emulare i crimini commessi dagli adulti, nella voglia di andare contro le regole sociali, nel piacere provato nel prendere in giro chi è “diverso”, oppure, semplicemente nel voler dimostrare di poter fare tutto, di essere onnipotenti, di non avere limiti, di non avere padroni. Insomma, un forte desiderio di anticonformismo, alla cui base vi è una tendenza ad andare contro tutto ciò che impone delle regole da seguire dovuta, probabilmente, ad un’educazione carente, povera di regole da rispettare, o addirittura ad una totale assenza di orientamento socio-educativo da parte dei genitori. Infatti, le famiglie da cui provengono tali ragazzi presentano spesso problematiche affettive e relazionali connesse alle modalità di disadattamento esistenziale del minore, segnato da varie e molteplici esperienze di vita negative e da un vissuto familiare nel complesso inadeguato e pregiudizievole. Presentano una disorganizzazione familiare e ruoli parentali mal definiti, con modelli di identificazione carenti o inesistenti, se non in negativo, e valori parentali inadeguati, confusi o contradditori che non consentono al ragazzo di interiorizzare consistenti ed idonee norme di comportamento. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di ambienti familiari con un basso livello socioeconomico, ipostimolanti e diseducativi, o comunque incapaci di svolgere il loro compito affettivo ed educativo; si tratta di minori provenienti da contesti sociali in cui, quasi tutti, giovani e adulti, vivono le medesime problematiche di emarginazione, disoccupazione e deprivazione culturale.
L’adolescenza, poi, si sa, è un periodo particolare nella vita di ogni ragazzo, un periodo di transizione che conduce alla vita adulta. Il ragazzo cerca l’indipendenza, intesa come la libertà di fare le proprie scelte, ma allo stesso tempo si tratta di un periodo caratterizzato da angoscia, confusione e conflitti intensi. E così, tali conflitti vengono affrontati non all’interno della propria mente, ma nella vita reale. L’esperienza deviante, la tendenza a compiere gesti trasgressivi nei confronti dell’autorità e dell’ambiente, rappresentano, appunto, una delle modalità con cui l’adolescente si confronta continuamente durante la crescita. La realtà della devianza minorile sembra oggi, rispetto al passato, ancora più sfuggente. E ciò soprattutto perché gli adolescenti vivono in un sistema sociale frammentato, caratterizzato dalla perdita del senso di appartenenza, dalla crisi di identità e dalla contestuale necessità di assumere molteplici identità. Mentre la tradizionale devianza giovanile era, infatti, contraddistinta da unici episodi, fatti isolati di singoli, privi di un supporto pseudo-culturale, contrastati non solo dalle istituzioni sociali, ma anche e soprattutto dalla famiglia, che aveva un atteggiamento assolutamente critico, oggi gli episodi non sono più isolati, ma anzi tendono a coinvolgere i gruppi e soprattutto vedono i genitori sempre più spesso schierati a favore del figlio. L’attuale devianza, infatti, è spesso accompagnata da un sostegno pseudo-culturale, da una motivazione sia pure distorta ma condivisa. Perciò si osservano, spesso, crimini che vengono giustificati e compresi dai genitori, che non intendono in alcun modo colpevolizzare i loro figli, ma anzi, li reputano degli eroi, valorosi, che si riprendono dalla vita ciò che gli è stato sottratto e che, al contrario, sono riusciti ad affrontare a testa alta le avversità. Per non parlare del gruppo dei pari, quegli amici in cui il ragazzo dovrebbe identificarsi, che dovrebbero essere una “base sicura”, che dovrebbero sostenere l’adolescente nella costruzione della sua identità e nello sviluppo delle competenze sociali, ma che in realtà si dimostrano essere l’ennesimo modello negativo da imitare, poiché non fanno altro che fomentare le condotte rischiose, lodando l’operato dei compagni, proprio come avvenuto a Brindisi qualche giorno fa.
Si tratta, nei casi più estremi, di “moderni kamikaze”, consapevoli che la vita, probabilmente, è stata ingiusta con loro e difficilmente restituirà loro ciò che gli deve, per questo sopravvivono come possono, e, per i motivi più disparati, come ad esempio il rispetto degli amici e, forse, ancor più, quello dei nemici, agiscono in un determinato modo, con la consapevolezza che con il loro operato non riusciranno a vivere una vita ricca e soddisfacente, e probabilmente neppure troppo lunga.

Viviana Guadalupi

Contatti: Viviana.guadalupi88@gmail.com