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La caccia al ricco. Meglio tutti più poveri
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La caccia al ricco. Meglio tutti più poveri

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Uno degli elementi più inquietanti venuti alla luce in questi giorni afflitti dalla pandemia di coronavirus è il ritorno, quasi nostalgico, di un antico dogma novecentesco: essere ricchi è una colpa. Ricchezza additata come un male da estirpare, per garantire la buona tenuta della società.

È di queste ore, infatti, il ritorno della proposta ormai ciclica di “patrimoniale all’italiana”, caccia a chi si reca nelle seconde case, e a chi detiene conti in banca corposi o ha investito in beni azionari.

Piccola premessa: chi scrive non è ricco, ma un esponente della middle class. Non penso che tassare chi nasce ricco (o eredita una ricchezza) si debba considerare la cosa più crudele del mondo. Anzi, credo sia un’operazione legittima se assicurasse un sistema complessivo più equilibrato e stabile.

Ma tassare troppo chi accumula ricchezza grazie al proprio genio, impegno e lavoro, credo si debba considerare -al netto dell’ipocrisia farcita di morale- una profonda ingiustizia. Ingiustizia che condanna i pilastri della nostra società che riconosce la proprietà privata e il merito, elementi che ci garantiscono da più di 70 anni pace e prosperità.

Oltre all’ennesima riproposizione di una tassa, la patrimoniale all’italiana, che non tiene conto di questa distinzione, abbiamo in queste ore un esempio lampante di quel che può essere un atteggiamento di condanna verso la ricchezza in sè.

Punire chi si sposta nella sua legittima seconda casa diventa condanna alla ricchezza, nella fase più delicata per il Paese, frutto della dilagante e volgare cultura populista.

È la riedizione del pauperismo nato negli anni medievali della caccia alle streghe quando una certa cultura cristiana esaltava la povertà come valore per giustificare lo stato di sostanziale miseria in cui versava gran parte della popolazione. Tesi che si è tristemente evoluta nella storia politica recente del nostro Paese, confluendo nella retorica ipocrita della questione morale di berlingueriana memoria per poi concretizzarsi nella furia iconoclasta che pervase l’opinione pubblica in seguito a Tangentopoli. E sfociare nel recente mito della “decrescita felice”. Una volta si sarebbe voluto il pane per tutti, ora si vorrebbe la fame per tutti, in una demenziale gara al ribasso.

La sconfitta politica e umana della nostra classe dirigente rischia di concretizzarsi nell’incapacità di offrire un’alternativa a questa visione della vita pubblica e della società.

Credo, invece, che essa dovrebbe studiare la povertà, combatterla e interrogarsi su un’opportuna giustizia distributiva fondamentale.

Don Milani invitava a non dimenticare il fondamento della nostra civiltà occidentale e spiegava: “Non c’è cosa peggiore che dividere in parti uguali tra disuguali”.

Per questo occorre colmare le disuguaglianze fornendo a tutti le giuste opportunità per la valorizzazione dell’individuo, concentrato sul riconoscimento del merito, piena espressione delle potenzialità di ciascuno. Tutto ciò non è possibile senza considerare le differenze come chiariva anche Milton Friedman: “Una società che mette l’eguaglianza davanti alla libertà non avrà né l’una né l’altra”.

Oggi il rischio è che la minaccia del virus, da problema concreto, si trasformi in occasione di repressione delle colpe morali. Secondo alcuni non si salveranno dal virus i più accorti che faranno uso della propria intelligenza, ma i più giusti che sapranno sacrificarsi e meritarsi un posto sull’arca del salvataggio, in cui tutti siano uguali, dove uno vale uno.

Secondo questa vulgata questo virus è la grande “livella”, l’evoluzione naturale del reddito di cittadinanza, la rivincita dell’animo comunista della natura stessa.

Un dettaglio, però, si dimentica in questo ragionamento: l’invidia sociale è un palliativo, un antidolorifico. Può lenire le pene dell’anima dei mediocri ma non è capace di guarire i mali causati dal virus e tra qualche mese, l’economia prima e la natura poi, ci sbatteranno in faccia anche queste verità.

Francesco Caroli