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La relatività in politica
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La relatività in politica

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Potremmo, è vero, stilare la graduatoria, in ordine di tempo, delle aperture degli occhi da parte di esponenti di spicco del movimento comunista, a partire da quelli che vennero pudicamente rubricati come “fatti di Ungheria”, che rappresentarono certamente un crinale generazionale (anche se recentemente mi è capitato di ascoltare la registrazione, su Radio3, di una lunga e piacevolissima conversazione con lo storico dell’arte Federico Zeri, il quale rivendicava di aver già capito tutto nel 1952…).

È un fatto certo, tuttavia, che, pur con tutti i distinguo, dalle dichiarazioni ad avvenuta invasione della Cecoslovacchia in pieno clima ‘68 fino all’intervista di Gianpaolo Pansa a Berlinguer, sul Corriere della Sera del 1976, comunisti e post-comunisti – dal PCI al PDS, ai DS per finire al PD – di fatto una vera autocritica, non dico un’abiura, che sa troppo di chiesa, non l’han mai fatta fino in fondo.

Anzi, si potrebbe dire, con categorie psicologizzanti, che la caduta del Muro, avvenuta quel fatidico e onomatopeico 9 novembre 1989 (curiosamente quel giorno mio padre, comunista convinto, compiva 80 anni, ma questo non c’entra), trovando i comunisti, perlomeno italiani, in imperdonabile ritardo con la storia, è come se avesse accentuato la carica traumatica dell’evento, con l’effetto di impedire o almeno ritardare di molto la possibilità di un’elaborazione consapevole e fonte di rilegittimazione politica.

La riprova del fatto che i traumi non sono come le pozzanghere che, per evaporare, han bisogno solamente di un po’ di tepore o di un alito di vento, l’abbiamo avuta sotto gli occhi in questi mesi, con i continui, il più delle volte taciti o addirittura inconsapevoli, richiami nostalgici alla rivoluzione d’ottobre, all’Armata Rossa, all’assedio di Leningrado, alla battaglia di Stalingrado, allo sfondamento delle linee naziste sull’Elba e oltre; addirittura viene in mente l’emozione sentimentale che l’inno sovietico tuttora produce nello spettatore dell’americanissimo blockbuster Caccia a Ottobre Rosso…

Ripropongo le domande iniziali: “Che cos’è che non abbiamo ancora capito? Che cos’è che proprio non riusciamo a vedere?”

Cos’è che impedisce oggi – e sottolineo l’oggi – di inorridire al solo richiamo alla denuncia fatta da Arthur Koestler dei processi di Mosca (Buio a mezzogiorno, 1940) o al racconto distopico di Orwell, di cui citiamo un altro passaggio, folgorante:

“In fin dei conti, come facciamo a sapere che due più due fa quattro? O che la forza di gravità esiste davvero? O che il passato è immutabile? Che cosa succede, se il passato e il mondo esterno esistono solo nella vostra mente e la vostra mente è sotto controllo?” (ibidem)

Quando Vladimir Vladimirovic Putin – ma forse è stato Sergej Lavrov oppure Sergej Sojgu, è lo stesso, non cambia niente – afferma, con quella che la mia mamma avrebbe definito una perfetta “faccia di tolla”, che il centro commerciale di Cremenchuk distrutto da due bombe di cinque tonnellate ciascuna, in realtà era “un deposito di armi ricevute dagli Stati Uniti e dall’Europa”, come fa un essere umano dotato di un minimo di connessioni cerebrali e di qualche nozione storica, d’ordine politico o letterario, a non avvertire un brivido che risale dal profondo delle viscere, a non sentire la forza ipnotica, tragicamente autentica, dell’affermazione del Grande Fratello: “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”?

Lo so che se fosse vero che le parole, la retorica, i toni, le posture degli inquilini attuali del Cremlino non son nient’altro che riproposizioni identiche delle parole, della retorica, dei toni, delle posture esibite un secolo fa, quando non addirittura tre secoli fa, dovremmo dedurne – un po’ come nella zoomata sulla fotografia del salone delle feste dell’Overlook Hotel che chiude sinistramente Shining, il capolavoro di Kubrick – che la storia non esiste, che il progresso è solo apparenza, che ogni ipotesi di miglioramento e apprendimento da parte delle generazioni dell’umanità è solo un’illusione volta a non farci sprofondare in una nichilistica disperazione.

Una disperazione che forse riusciamo a scacciare dalla mente, o almeno lenire, nel momento in cui lo sguardo si sposta su Kijv e Odessa, sulle magliette del presidente Zelenski, sugli occhi cerulei di ragazze e ragazzi che rientrano in Ucraina per combattere, su un popolo di cui assistiamo in diretta al processo di nation building e che sembra aver fatto suo lo slogan fondativo che ha sorretto per decenni le fatiche immani dei pionieri sionisti e dei sopravvissuti dei campi alle prese con i deserti della Galilea e della Giudea: “mai più!”. E in quel momento, forse, la storia riprende a macinare il suo lento e sofferto procedere. Forse.

Francesco Caroli