Home Editoriale Le puttane dell’informazione locale: è questo che siamo, è questo che vi meritate
Le puttane dell’informazione locale: è questo che siamo, è questo che vi meritate
0

Le puttane dell’informazione locale: è questo che siamo, è questo che vi meritate

0

BRINDISI – Gran parte dei discorsi tenuti alla Camera da Giacomo Matteotti, socialista assassinato brutalmente dai fascisti, vertevano sulla stampa, rea di distorcere la realtà dei fatti. Matteotti, da straordinario interprete del suo tempo, aveva intuito che i maggiori pericoli per la tenuta democratica del Paese provenivano proprio da quelle che oggi chiamiamo fake news, e che all’epoca si chiamava propaganda fascista.

Ciò che spesso si sottovaluta, infatti, è che i maggiori inquinatori di pozzi dell’opinione pubblica sono proprio gli operatori del mondo dell’informazione, che oggi più che mai hanno la responsabilità di filtrare e verificare l’enorme mole di notizie che viaggia sulla rete, ma anche di svolgere il loro ruolo di cane da guardia rispetto a quanto accade nel mondo politico, imprenditoriale, criminale, finanziario e giudiziario.

Quel ruolo da cane da guardia, negli anni ’20, lo svolse praticamente in solitaria proprio Matteotti, e se la stampa avesse ottemperato al proprio dovere di bilanciamento rispetto alla perpetrata distorsione della realtà, al condizionamento del dibattito pubblico e delle pratiche democratiche (vedi i brogli elettorali perpetrati dai fascisti per il tramite della violenza), forse l’Italia non avrebbe vissuto e subito 20 anni di dittatura, umiliazioni e atrocità di ogni tipo.

A 100 anni di distanza, lo stato di salute del mondo dell’informazione continua ad essere pessimo: le fake news sono state dichiarate un’emergenza mondiale che mina la tenuta delle democrazie (e l’avanzata di populismi e sovranismi non rappresenta altro che il primo step), i giornali vendono sempre meno copie, l’analfabetismo funzionale ha raggiunto livelli tali da condizionare l’esito delle elezioni (come dice Calenda, senza elettori consapevoli, la democrazia è a rischio).

Ora, finché voi lettori non comprenderete che essere adeguatamente informati sul mondo che vi circonda e che condiziona le vostre esistenze è un vostro diritto primario e inalienabile da pretendere e difendere con i denti, la situazione del Paese e della città in cui vivete non potrà che peggiorare sempre più.

Voi lettori avete perfettamente ragione quando parlate di una stampa locale che fa pietà e di giornalai; lo scrivente stesso si sente indegno. Ma vi siete chiesti perché accade?

Scartiamo chiaro: voi davvero pretendete che un giornalista locale rischi il proprio culo per tutelare qualcosa a cui voi per primi non tenete e di cui voi per primi non capite l’importanza?

Che cane da guardia potrà mai essere un giornalista che collaborando per un quotidiano cartaceo locale (e lo scrivente l’ha fatto, quindi parlo con cognizione di causa) percepisce dagli 8 ai 12 euro lordi ad articolo, senza rimborsi spese per gli spostamenti, spesso essendo costretto a seguire conferenze stampa che durano ore, poi a tornare a casa, sbobinare la registrazione e scrivere l’articolo? Insomma, cosa pretendete da un giornalista che viene pagato 2-3 euro lordi l’ora, sottoposto a perenne  contratto occasionale e autonomo (dunque senza versamento dei contributi), che sa per certo che non verrà mai assunto perché non ci sono le disponibilità economiche, che scrive articoli che a volte non vengono firmati (quindi non retribuiti)?

Come minimo si avrà a che fare con un difetto di motivazione, che si tramuta in una giustificata pigrizia nell’approfondire gli argomenti. Già il fatto che in pochi decidano di uscire da questo immutabile limbo (come fatto dallo scrivente) e preferiscano invece sottostare docilmente a queste condizioni, la dice lunga sulla rassegnazione verso queste pratiche non degne di una società civile avanzata.

Si dirà: ma ci sono i giornali online… Quali, quelli sui quali non trovate un singolo banner pubblicitario? Quelli che non saranno mai strutturati per fare da cane da guardia? Quelli dove scrivono giornalisti che senza scudo e armatura si espongono nudi, senza nessuna protezione, alle querele temerarie?

Portiamo un esempio pratico: L’Ora di Brindisi, dal lockdown ad oggi, non ha incassato un solo euro di pubblicità, mentre ha incassato una minaccia di querela. Un tema, quest’ultimo, che non pare appassionare l’ordine dei giornalisti, dato che non prevede nessuna convenzione con compagnie assicurative per tutelare i propri iscritti.

Gli unici soldini che sono entrati, provengono dalle visualizzazioni e immaginiamo che proverranno dalle pubblicità che i candidati alle prossime regionali intenderanno farsi sui giornali.

Con queste premesse, comprenderete che la vostra finestra sul mondo è rappresentata da una categoria demotivata, costituita perlopiù da hobbisti e dopolavoristi, incline all’autocensura, condizionata dallo stato di necessità e disposta a vendersi al migliore offerente, inteso come quel mecenate che garantisce un minimo di entrata al giornalista o all’editore.

Pensate: su 120.000 iscritti all’ordine dei giornalisti, solo 9.000 sono assunti alle condizioni che merita un essere umano.

È così che si alimenta il circolo vizioso di una società che vede allargarsi la forbice delle diseguaglianze, sfarinarsi sotto l’impoverimento del proprio capitale sociale, imperversare una classe politica inadeguata rispetto alla complessità del nuovo mondo, traballare i propri modelli capitalistici e democratici; una società alla quale tutto questo viene raccontato poco e male.

Allora, finché non verrà compreso che i diritti degli operatori dell’informazione sono i diritti di tutti voi, che più autocensura significa meno dibattito pubblico e quindi meno democrazia, che meno qualità nell’informazione significa meno lettori e meno consapevolezza negli elettori, la democrazia sarà da considerarsi a giusta ragione in pericolo. Perché la storia ritorna, ma noi facciamo presto a dimenticarla.

Andrea Pezzuto